Aspetti fiscali dei bitcoin

Aspetti fiscali dei bitcoin

Lo Stato Italiano ha disciplinato, per adesso, le criptovalute  solo ai fini dell'antiriciclaggio. Secondo l'art. 1 del D.lgs 231/2017, così come modificato, le critptovalute sono una «rappresentazione digitale di valore non emessa da una banca centrale o da un'autorità pubblica, non necessariamente collegata a una valuta avente corso legale, utilizzata come mezzo di scambio per l'acquisto di beni e servizi e trasferita, archiviata e negoziata elettronicamente» (articolo 1, Dlgs 231/2007, nella versione integrata dal Dlgs 90/2017). La definizione che è stata data, si avvicina molto a quanto stabilito dalla Corte di giustizia Ue nella sentenza 22 ottobre 2015, causa C-264/14, nella quale, riferendosi al bitcoin, ha affermato che questi non può che avere una funzione monetaria, ed è stata assimilata ad una valuta estera. A tale impostazione è stato contestato che una valuta, per essere tale, deve avere, necessariamente un collegamento territoriale, cosa che non avviene per il bitcoin, che per sua natura, nasce "aterritoriale", decentralizzato e senza un ente terzo emittente.
La Banca d’Italia, nella comunicazione del 30 gennaio 2015, ha dato una definizione, che secondo alcuni, meglio si adatta al caso osservato: le valute virtuali, pur non essendo necessariamente collegate a una valuta avente corso legale, sono utilizzate «come mezzo di scambio o detenute a scopo di investimento e possono essere trasferite, archiviate e negoziate elettronicamente».

.... Dall'Agenzia delle Entrate

Secondo l'Agenzia delle Entrate, il fenomeno bitcoin ed altre altcoin, è un fenomeno complesso, che ha bisogno di molti approfondimenti (nella giornata di studio del 16/04/2018 a Bologna, l'ADE, più che soluzioni ha posto molti interrogativi).

Allo stato attuale la tassazione dei bitcoin e delle altre altcoin, devono essere distinti, a seconda del soggetto che opera: se il soggetto opera come impresa, non ci sono problemi, ed i corrispettivi per l'operatività in bitcoin è tassata secondo i criteri del reddito di impresa (si rimanda alla risoluzione n. 72/2016 per gli aspetti Iva). Per le persone fisiche non imprese, la situazione si complica. L'Agenzia delle Entrate, nella risoluzione, laconicamente, ha sostenuto che la detenzione delle cripto, da parte di questi soggetti, non è a scopo di speculazione e quindi non rileverebbero ai fini fiscali; tale conclusione non mi trova d'accordo. La probabile tassazione delle criptovalute, dei redditi da cessione di bitcoin (prezzo di vendita al netto del prezzo di acquisto), ossia della plusvalenza, ricadrà nell'alveo dell'art. 67 del TUIR, ossia tra i redditi diversi ed in particolare all'art. 67, comma 1, tra una delle lettere da c-ter a c-quinquies. In una recentissima risposta ad un interpello (956-39/2018), l'ADE, ha confermato l'impostazione della risoluzione n. 72/2016, aggiungendo e specificando che: le criptovalute sono tassate per assimilazione alle valute estere, quindi secondo quanto previsto dall'art. 67, comma 1, lettera c-ter; ai fini del monitoraggio devono essere inserite nel quadro RW, delle dichiarazioni delle persone fisiche; ai fini IVAFE, afferma che non sono tassate in quanto i "wallet" non sono depositi bancari e quindi non corre l'obbligo di tassazione.

Altre applicazioni della Blockchain

Oggi si parla in continuazione di blockchain, a volte anche a sproposito, come se fosse la panacea di tutti i mali, ma - se si esclude bitcoin e il mondo delle criptovalute - gli investimenti faticano ancora a mettere a terra soluzioni adeguate: «A livello globale lo sviluppo della blockchain è frenato dalla mancanza di un business case certo che dimostri che vi siano benefici tangibili dall’utilizzo di questa tecnologia e uno standard unico e definito - spiega Valeria Portale, direttore dell’Osservatorio Blockchain -. Si intuiscono le enormi potenzialità, ma bisogna individuare un protocollo unico che garantisca l’efficacia e l’interoperabilità delle soluzioni e gli ambiti applicativi più corretti». A frenare lo sviluppo contribuisce anche la scarsa chiarezza in ambito regolatorio che non fornisce al business un quadro sufficientemente chiaro per gli investimenti.

L’Italia fatica ancora di più a cavalcare una tecnologia ancora piuttosto immatura: «Il mercato italiano non ha ancora saputo cogliere la sfida di innovazione connessa alla blockchain: da una parte c’è una difficoltà ad affrontare una tecnologia molto complessa, dall’altra c’è una indubbia carenza culturale delle imprese. Anche se la blockchain potrà avere un impatto notevole per il made in Italy in termini di tracciabilità e di anticontraffazione».

Anche in Italia è il comparto finanziario a fare da apripista. Ma Moody’s mette in guardia: le banche italiane sono tra gli istituti che potrebbero risentire maggiormente dell’impatto della blockchain sui ricavi da commissioni. L’agenzia di rating spiega che la tecnologia ha il potenziale di ridurre in modo rilevante costi, tempi e rischi delle transazioni bancarie cross-border, aumentando l'efficienza degli istituti, ma al tempo stesso mette sotto pressione le loro entrate da commissioni. Le più esposte sono le banche svizzere, che dipendono dalle commissioni per il 50% delle loro entrate.

 

1 Risposta

  1. Ottimo articolo che da l impronta su quali sviluppi possiamo aspettarci nel breve termine sul campo della finanza tecnologica e il mercato delle cryptovalute.

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