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Controlli cripto Agenzia Entrate: cosa viene chiesto oggi ai possessori di criptovalute

Chi possiede criptovalute continua spesso a pensare che, in caso di controllo, basti esibire un estratto dell’exchange o qualche screenshot del wallet. Non è così.

Da una recente richiesta di integrazione documentale ricevuta in sede di controllo emerge un approccio molto più tecnico: l’Agenzia delle Entrate non si limita a chiedere il saldo finale o il controvalore complessivo, ma pretende una vera ricostruzione analitica del patrimonio cripto, dei movimenti, dei derivati e perfino degli indirizzi pubblici completi dei wallet.
Il contesto normativo, del resto, si è fatto più strutturato. La legge di bilancio 2023 ha introdotto una disciplina organica delle cripto-attività, poi commentata dalla circolare n. 30/E del 27 ottobre 2023. Inoltre, il quadro RW va compilato anche per assolvere agli obblighi relativi all’imposta sul valore delle cripto-attività.

Sul fronte della tassazione, per i periodi precedenti al 2026 l’Agenzia aveva chiarito l’applicazione dell’imposta sostitutiva del 26% con franchigia di 2.000 euro; poi la legge n. 207/2024 ha previsto, per i proventi realizzati dal 1° gennaio 2026, l’aumento dell’aliquota al 33% e l’eliminazione della soglia di esenzione dei 2.000 euro. In parallelo, il d.lgs. n. 194/2025, attuativo della DAC8, ha esteso lo scambio di informazioni fiscali anche alle cripto-attività ed è entrato in vigore il 6 gennaio 2026.

Perché questo tema interessa sempre di più chi detiene cripto-asset

La vera novità non è solo la tassazione. È il livello di dettaglio che oggi gli uffici possono pretendere quando avviano un controllo.

In una richiesta concreta, relativa agli anni 2019 e 2020, l’ufficio ha domandato:

  • la riconciliazione tra il valore totale dei wallet a fine anno e la somma dei valori delle singole criptovalute detenute;
  • la documentazione di supporto dei futures negoziati nell’anno e ancora esistenti a fine esercizio;
  • la documentazione delle posizioni short, con evidenza dell’eventuale buy to cover successivo;
  • le chiavi pubbliche / address completi dei wallet, non solo parzialmente oscurati;
  • una ricostruzione documentale che consenta di seguire la catena tra wallet, exchange e movimentazioni.

Questo approccio è coerente con quanto la stessa Agenzia aveva già preteso nella procedura di regolarizzazione delle cripto-attività: relazione accompagnatoria, documentazione probatoria, contabili bancarie, wallet address, transaction ID e dati necessari a ricostruire valore e redditi.

Cosa sta chiedendo davvero l’Agenzia delle Entrate

1. La riconciliazione tra “wallet value” e singole cripto detenute

Questo è il primo punto da capire bene. Se il contribuente dichiara che al 31 dicembre il valore complessivo dei wallet era, ad esempio, 1,2 milioni di euro, l’ufficio vuole capire come si arriva a quel numero.


Non basta dire: “questo era il totale sulla dashboard”. Bisogna spiegare perché il totale dei singoli asset risulta uguale oppure, se non coincide, da dove nasce la differenza.

Le possibili cause possono essere diverse:

  • timing diverso delle rilevazioni;
  • valorizzazioni effettuate con fonti prezzo differenti;
  • presenza di derivati o posizioni con margine;
  • poste duplicate tra exchange e wallet esterni;
  • partite aperte non immediatamente leggibili dal semplice saldo spot.


In altre parole, il contribuente deve poter trasformare un dato “visivo” in un dato riconciliato e verificabile.

2. Non basta il wallet spot: servono anche i derivati
Molti contribuenti, e a volte anche molti consulenti, si concentrano solo su acquisti, vendite e saldi finali delle criptovalute detenute “a pronti”. Ma quando nel rapporto compaiono futures, perpetual, margin trading o altre operazioni derivate, il livello di attenzione sale.

Se emergono futures transati nel corso dell’anno, l’ufficio vuole vedere la documentazione di supporto: estratti conto, cronologia operazioni, posizione aperta al 31 dicembre, logiche di regolamento, margini impiegati, eventuali PnL realizzati e non realizzati.

Tradotto: chi ha operato su piattaforme evolute non può presentarsi al controllo con il solo file dei depositi e prelievi. Deve essere in grado di documentare anche il comparto derivati.

3. Le posizioni short vanno spiegate fino in fondo

Un altro aspetto molto rilevante è la richiesta di chiarimenti sulle posizioni short.

Quando, dalla composizione dei wallet o dei report di exchange, emergono esposizioni corte, l’Agenzia non si accontenta di prenderne atto. Vuole capire:

  • quando la posizione è stata aperta;
  • se si tratta di vera vendita allo scoperto o di operatività derivata;
  • come e quando è stata chiusa;
  • se vi è stato un successivo buy to cover;
  • quale sia stato l’effetto economico e fiscale dell’operazione.

Questo è un passaggio decisivo, perché segnala che il controllo non riguarda soltanto il “quanto avevi”, ma anche il come hai operato.

4. Gli address completi dei wallet diventano centrali

Nella richiesta esaminata, l’ufficio ha domandato espressamente le chiavi pubbliche dei wallet detenuti all’inizio e alla fine del periodo, precisando che per alcuni wallet gli address erano stati prodotti integralmente, mentre per altri risultavano solo parziali.

Questo dato è importantissimo: significa che l’ufficio vuole poter ricondurre con precisione i saldi e le movimentazioni a indirizzi identificabili.

Qui serve però una precisazione pratica: ciò che può essere richiesto sono gli address pubblici o esportazioni che consentano la verifica documentale. Non vanno invece mai confusi con chiavi private o seed phrase, che non devono essere condivise.

5. Il controllo oggi punta alla “catena probatoria”

Il messaggio di fondo è semplice: l’Agenzia non vuole un riassunto, vuole una catena probatoria completa.

  • Chi si presenta bene a un controllo sulle crypto dovrebbe poter esibire almeno:
  • criterio utilizzato per la valorizzazione al 31 dicembre.

    estratti storici degli exchange in PDF e CSV;
  • elenco wallet con address completi;
  • report dei movimenti tra exchange e wallet esterni;
  • TXID / hash delle operazioni più rilevanti;
  • bonifici bancari in entrata e uscita collegati alle conversioni fiat;
  • prospetto di riconciliazione per anno;
  • documentazione separata per spot, futures, margin e short;

    È esattamente questo il tipo di impostazione che si ritrova anche nella documentazione richiesta dall’Agenzia nella regolarizzazione delle cripto-attività, dove si parla espressamente di contabili bancarie, wallet address, transaction ID e dati utili a determinare il valore delle cripto al termine dei periodi d’imposta.

    Cosa insegna questo ai possessori di criptovalute

    Il punto non è creare allarmismo. Il punto è capire che la stagione dello “schermo stampato” è finita.

    Chi possiede criptovalute, soprattutto se ha operato su più exchange, con wallet esterni, trasferimenti on-chain, futures o posizioni short, dovrebbe impostare la propria documentazione come farebbe per un dossier finanziario complesso.

    Oggi il rischio non nasce solo dall’eventuale omissione dichiarativa. Nasce anche dall’incapacità di spiegare e riconciliare i dati già prodotti.

    E questo diventa ancora più importante in un contesto in cui il quadro fiscale è stato rafforzato dalla disciplina introdotta nel 2023, irrigidito per i proventi dal 2026 con aliquota al 33% e senza franchigia, e affiancato da un più intenso scambio informativo internazionale sulle cripto-attività.

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    La checklist da preparare prima di ricevere una richiesta

    Chi detiene cripto-asset dovrebbe iniziare subito a predisporre:

    • una mappa completa di exchange, wallet e sottoconti usati negli anni;
    • i saldi di fine anno per singolo asset e per singolo wallet;
    • i criteri di valorizzazione adottati;
    • la cronologia dei trasferimenti interni tra wallet propri;
    • i report di futures, margin e short;
    • la prova dei flussi banca-exchange e exchange-banca;
    • una nota di riconciliazione semplice ma rigorosa.

    Avere questi documenti pronti non significa ammettere un problema. Significa evitare che un controllo tecnico diventi ingestibile per mancanza di ordine documentale.

    Conclusione

    La vera notizia è questa: nei controlli sulle criptovalute l’Agenzia delle Entrate sta mostrando un approccio sempre più analitico.

    Non guarda solo al saldo finale. Guarda alle differenze di valorizzazione, ai derivati, alle posizioni short, agli address completi dei wallet e alla coerenza complessiva della ricostruzione.

    Per chi possiede crypto, oggi la domanda giusta non è più soltanto: “ho dichiarato?”
    La domanda corretta è: “sono in grado di dimostrare, riga per riga, come si forma il mio patrimonio cripto?”

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    FAQ

    Quali documenti può chiedere l’Agenzia delle Entrate sulle criptovalute?
    Può chiedere riconciliazioni dei saldi, report exchange, address pubblici dei wallet, transaction ID, documentazione bancaria e report su futures o posizioni short. L’approccio è coerente con la documentazione probatoria già richiesta dall’Agenzia nella procedura di regolarizzazione delle cripto-attività.

    Bastano gli screenshot del wallet per superare un controllo fiscale?
    In genere no. Se il controllo entra nel merito, gli screenshot da soli non consentono di ricostruire movimenti, valorizzazioni, derivati e riconciliazioni tra wallet ed exchange.

    L’Agenzia può chiedere gli address completi dei wallet?
    Sì, nella prassi operativa possono essere richiesti gli address pubblici completi per verificare la corrispondenza tra documentazione prodotta e consistenze dichiarate. Non vanno invece condivise chiavi private o seed phrase.

    Dal 2026 è cambiata la tassazione delle plusvalenze cripto?
    Sì. Per i proventi realizzati dal 1° gennaio 2026 la legge n. 207/2024 ha previsto l’aliquota del 33% e l’eliminazione della soglia di esenzione di 2.000 euro.

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