Le criptovalute non sono valute, questa affermazione, apparentemente “apodittica”, nella realtà italiana non sembra tale, tanto è vero che secondo la Risoluzione n. 72/2016, dell’Agenzia delle Entrate, si afferma esattamente il contrario.

Andiamo per step. Le funzioni classiche della moneta sono: (i) circolazione; (ii) mezzo di pagamento; (iii) unità di conto; (iv); (v) riserva di valore. Tali funzioni sono, ad esempio, rinvenibili nel bitcoin?

Alcune di esse si, ma essenzialmente, dal suo white paper si evince, essenzialmente, la sua funzione di strumento di pagamento.

Sulla circolazione delle criptovalute e riserva di valore, ci possiamo pure stare, esse circolano. Sulla non adesione della teoria che vede le criptovalute come moneta abbiamo anche il Regolamento CE n. 974/98, dove si afferma che l’unica moneta dell’Unione è L’euro.

Le altre funzioni della moneta sono: (i) valore forzoso, con le quali lo stato richiede il pagamento delle imposte; (ii) corso legale, ossia, la moneta di uno stato, l’euro, nel nostro esempio, serve ad estinguere le obbligazioni. Quindi anche sotto questo punto di vista, le criptovalute non sono moneta.

Nel 2017, la Banca d’Italia, in merito all’ipotesi di emissione di “moneta fiscale“, esamina le funzioni della moneta. Sotto il profilo giuridico, il circolante (banconote e monete) è l’unica moneta con corso legale utilizzata da famiglie e imprese all’interno del territorio di uno stato o, come nel caso dell’euro, all’interno del territorio degli stati che si sono impegnati all’utilizzo di una moneta comune sulla base di un trattato. Il circolante è pertanto l’unico mezzo di pagamento con le seguenti caratteristiche:

  • obbligo di accettazione: il creditore di un’obbligazione pecuniaria non può rifiutare il pagamento eseguito con banconote e monete aventi corso legale (art. 1277 cod. civ.), eccettuato il caso in cui le parti abbiano convenuto mezzi di pagamento diversi;
  • accettazione al valore nominale pieno: il valore monetario delle banconote e delle monete è pari all’importo indicato su di esse;
  • potere di estinguere l’obbligazione di pagamento: un debitore si libera dall’obbligazione pecuniaria corrispondendo al creditore banconote e monete

Potrebbero essere moneta merce? No, in quanto non esiste un sottostante.

Vediamo adesso se possono essere uno strumento di pagamento.

A livello Europeo, nel parere della Banca Centrale Europea, del 12/10/2016, si dice e riconoscono tali valute virtuali come MEZZO DI PAGAMENTO e non come valuta. Tali mezzi di pagamento sono accettati, volontariamente dai soggetti per lo scambio di beni e servizi. La BCE nelle sue osservazioni, ribadisce con forza, che le valute virtuali non possono qualificarsi come valute virtuali dal punto di vista dell’UNIONE. In conformità ai Trattati e alle disposizioni del Regolamento (CE) n. 974/98 del Consiglio, l’euro è la moneta unica dell’unione economica e monetaria dell’Unione.

La prima direttiva europea sui servizi di pagamento (Direttiva 2007/64/Ce), anche nota come PSD – Payment Services Directive, definisce un quadro giuridico comunitario moderno e coerente per i servizi di pagamento elettronici. Più in dettaglio, la PSD risponde ai seguenti obiettivi:

  • regolamentare l’accesso al mercato per favorire la concorrenza nella prestazione dei servizi;
  • garantire maggiore tutela degli utenti e maggiore trasparenza;
  • standardizzare i diritti e gli obblighi nella prestazione e nell’utilizzo dei servizi di pagamento per porre le basi giuridiche per la realizzazione dell’Area unica dei pagamenti in euro (Sepa);
  • stimolare l’utilizzo di strumenti elettronici e innovativi di pagamento per ridurre il costo di inefficienti strumenti quali quelli cartacei e il contante.

La PSD è stata recepita nell’ordinamento nazionale con il D. lgs. n.11 del 27 gennaio 2010, entrato in vigore il 1° marzo 2010. Nel presente decreto legislativo si intendono per: a) “consumatore”: la persona fisica di cui all’articolo 3, comma 1, lettera a), del decreto legislativo 6 settembre 2005, n. 206, e successive modificazioni; b) “servizi di pagamento”: le seguenti attività: 1) servizi che permettono di depositare il contante su un conto di pagamento nonché tutte le operazioni richieste per la gestione di un conto di pagamento; 2) servizi che permettono prelievi in contante da un conto di pagamento nonché tutte le operazioni richieste per la gestione di un conto di pagamento; 3) esecuzione di ordini di pagamento, incluso il trasferimento di fondi, su un conto di pagamento presso il prestatore di servizi di pagamento dell’utilizzatore o presso un altro prestatore di servizi di pagamento: 3.1.esecuzione di addebiti diretti, inclusi addebiti diretti una tantum; 3.2.esecuzione di operazioni di pagamento mediante carte di pagamento o dispositivi analoghi; 3.3.esecuzione di bonifici, inclusi ordini permanenti.

Quindi alla luce anche di successivi interventi, le criptovalute non sono mezzi di pagamento, o meglio, lo sono solo su base volontaria.

bitcoin come strumento finanziario

Vediamo adesso se il bitcoin potrebbe essere considerato uno strumento finanziario. Gli strumenti finanziari sono elencati nel Testo Unico della Finanza all’articolo 1, comma 2  e sono:
• le azioni e gli altri titoli rappresentativi di capitale di rischio negoziabili sul mercato dei capitali;
• le obbligazioni, i titoli di Stato e gli altri titoli di debito negoziabili sul mercato dei capitali;
• le quote di fondi comuni di investimento;
• i titoli normalmente negoziati sul mercato monetario;
• qualsiasi altro titolo normalmente negoziato che permetta di acquisire gli strumenti precedentemente indicati;
• i contratti futures su strumenti finanziari, su tassi di interesse, su valute, su merci e sui relativi indici;
• i contratti di scambio a pronti e a termine (swaps) su tassi di interesse, su valute, su merci nonché su indici azionari (equity swaps);
• i contratti a termine collegati a strumenti finanziari, a tassi d’interesse, a valute, a merci e ai relativi indici;
• i contratti di opzione per acquistare o vendere gli strumenti indicati nelle precedenti lettere e i relativi indici, nonché i contratti di opzione su valute, su tassi d’interesse, su merci e sui relativi indici;
• le combinazioni di contratti o di titoli indicati precedentemente.

Essendo ben individuati e non suscettibili di analogie, il bitcoin non è uno strumento finanziario.

Aspetto fiscale delle criptovalute

Se le criptovalute non sono valute, allora la teoria sostenuta dall’Agenzia delle Entrate non regge e quindi l’art. 67, comma 1, lettera c-ter) non si può applicare alle criptovalute. E quindi cosa dobbiamo concludere? I bitcoin e criptovalute non sono strumenti finanziari, quindi non si applica l’art. 67, comma 1, lettera c-quater. Allora dobbiamo concludere per l’applicazione dell’art. 67, comma 1, lettera c-quinquies? L’art. 67, comma 1, lettera c-quinquies  prevede che si considerano redditi diversi, le plusvalenze ed altri proventi, diversi da quelli precedentemente indicati, realizzati mediante cessione a titolo oneroso ovvero chiusura di rapporti produttivi di redditi di capitale e mediante cessione a titolo oneroso ovvero rimborso di crediti pecuniari o di strumenti finanziari, nonché quelli realizzati mediante rapporti attraverso cui possono essere conseguiti differenziali positivi e negativi in dipendenza di un evento incerto. L’attenzione quindi si dovrebbe fermare sulle operazioni realizzate mediante cessione a titolo oneroso di rapporti produttivi di redditi di capitale (gli altri casi ivi previsti abbiamo già detto che non calzano sulla natura del bitcoin). Sono redditi di capitale, ex art. 44, comma 1, lettera h), del TUIR, quelli che derivano da gli interessi e gli altri proventi derivanti da altri rapporti aventi per oggetto l’impiego del capitale, esclusi i rapporti attraverso cui possono essere realizzati differenziali positivi e negativi in dipendenza di un evento incerto.

Quanto sopra da un analisi sistematica. Ma quindi, quello che afferma l’Agenzia delle Entrate nella risoluzione n. 72/2016? Intanto sgombriamo il campo da incertezze: le risoluzioni (ma anche le circolari) ministeriali, non sono fonti di diritto.

Al pari dell’affermazione appena detta, sta anche il fatto che, se un soggetto contravviene ad un orientamento ministeriale, formalizzato in una circolare o risoluzione, potrebbe andare incontro ad un contenzioso. Le circolari sono orientamenti, o meglio, direttive, che l’apice ministeriale impartisce alle direzioni provinciali, regionali ecc. Se il contribuente contravviene a questa impostazione, ovviamente non commette un illecito ma, in caso di controllo, il rischio di aprire un contenzioso è molto probabile.

Ma quindi quale dovrebbe essere il comportamento di colui che vorrebbe, giustamente, dichiarare le proprie criptovalute e pagare le imposte? Una possibile soluzione potrebbe essere quello di uniformarsi alle direttive ministeriali e quindi comportarsi come se le criptovalute fossero valute estere e quindi rispettare il dettato dell’art. 67, comma 1, lettere c-ter. Qualora, in caso di contraddittorio e, nel caso di variazione di orientamento del ministero, invocare l’incertezza del diritto e quindi la non punibilità, fermo restando il pagamento delle imposte dovute. Se ricadessimo nella lettere c-quinquies, le minusvalenze sarebbero indeducibili.