In base all’art. 2, dpr 917/86 (da ora in avanti anche detto testo unico sulle imposte sul reddito o testo unico), sono soggetti passivi di imposta, stiamo parlando di persone fisiche, i residenti e non residenti nel territorio dello stato. Quindi i residenti all’estero possono avere redditi soggetti ad imposta in Italia.

Secondo l’art. 3 del testo unico, costituisce base imponibile per la  tassazione delle persone fisiche, il possesso di redditi ovunque prodotti, mentre, per i non residenti, solo i redditi prodotti in Italia.

I soggetti quindi residenti all’estero pagano le imposte limitatamente ai redditi prodotti in Italia. Per essere considerato residente all’estero occorre:

  1. essere iscritto all’Aire;
  2. soggiornare, dimorare, stabilizzarsi per la maggior parte del periodo di imposte, 180 giorni più uno, all’estero.

L’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (A.I.R.E.) è stata istituita con legge 27 ottobre 1988, n. 470 e contiene i dati dei cittadini italiani che risiedono all’estero per un periodo superiore ai dodici mesi.

Essa è gestita dai Comuni sulla base dei dati e delle informazioni provenienti dalle Rappresentanze consolari all’estero.

L’iscrizione è condizione necessaria ma non sufficiente per determinare la residenza fiscale del soggetto, che determina il regime di tassazione dei suoi redditi.

Accanto alle norme del testo unico sulle imposte sui redditi, per verificare la tassazione di un reddito, per un soggetto residente all’estero, occorre anche far riferimento alle convenzioni contro le doppie imposizioni.

Il punto fermo, principio generale è che un residente si considera “residente all’estero” se nello stato in questione ha il centro dei suoi interessi.

Le Convenzioni per evitare le doppie imposizioni sono trattati internazionali con i quali i Paesi contraenti regolano l’esercizio della propria potestà impositiva al fine di eliminare le doppie imposizioni sui redditi e/o sul patrimonio dei rispettivi residenti. Il modello base è quello elaborato in sede OCSE.